30 OTTOBRE – 30 NOVEMBRE 2019

Palazzo Saluzzo Paesana

Inaugurazione mercoledì 30 OTTOBRE ore 21.00

Ingresso libero

Una produzione di Davide Paludetto Arte Contemporanea in collaborazione con Istituto Garuzzo per le Arti Visive

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Paolo Grassino

Nel 2019 partecipa alla grande mostra internazionale “Disturbing Narrative” nelle sale del Parkview Museum di Singapore. Tra le esposizioni di maggior prestigio la recente mostra personale a Casa Fiat de Cultura a Belo Horizonte in Brasile(2017) e nello stesso anno al The Parkview Museum di Pechino e Singapore, mentre la mostra personale “Magazzinoscuro” al MAC di Lissone è del 2015. Nel 2013 è pubblicato un volume edito da Skira che raccoglie i lavori più significativi dal 1992 al 2012 ed è presentato in occasione della mostra personale “Percorso in tre atti” negli spazi di Milano del Centro d’arte contemporanea Luigi Pecci. Sempre
nel 2013 l’IIC di Madrid gli dedica una mostra personale. Phillip Van den Bossche lo invita all’edizione del 2012 di Beaufort 04-Triennial of Contemporary Art by the Sea di Ostenda. Nel 2011 Luca Massimo Barbero gli dedica una sala personale al MACRO di Roma e sempre nello stesso anno è la partecipazione alla Quarta Biennale di Mosca. Dello stesso anno la partecipazione a mostre in musei pubblici internazionali come il Frost Art Museum di Miami e il Loft Project ETAGI di San Pietroburgo. Del 2010 è la mostra
antologica al Castello di Rivalta (TO) mentre l’anno precedente partecipa alla mostra Essential Experience al museo RISO di Palermo (2009). Nel 2008 fondamentale la mostra personale in Francia al Museo di Saint-Etienne e nello stesso anno l’invito alla XV Quadriennale d’Arte a Roma. Del 2005 è la grande installazione “Armilla” sulla facciata della Fondazione Palazzo Bricherasio a Torino, mentre nel 2000 la GAM di Torino gli dedica una mostra personale.

La grande e articolata mostra personale presentata nella corte e nelle sale storiche di Palazzo Saluzzo Paesana raccoglie parte della ricerca artistica dell’artista Paolo Grassino che con le sue opere indaga riflessioni a volte poetiche a volte legate alla più stringente attualità in un percorso complesso e distopico dove le tracce di un possibile futuro si rilevano già nel nostro quotidiano. Le svariate tecniche e l’utilizzo dei materiali sono molteplici, a volte volutamente contrastanti ma sempre strettamente legate alle tematiche che affrontano le singole opere. Grandi fusioni in alluminio come “Analgesia” e “Cardiaco”, aprono nella grande corte del Palazzo una raccolta delle più significative opere dell’artista dove il rapporto tra natura e uomo si scontra e si fonde in perenni contraddizioni.

Salendo le scale prima dell’ingresso nelle sale storiche, ci si imbatte in “Lavoro rende morte”, unica opera realizzata appositamente per la mostra, che ci restituisce un’omaggio scultoreo alle vittime della tragedia del 2007 avvenuta negli stabilimenti della thyssenkrupp. Nella prima sala storica ci accoglie “Ciò che resta”, grande teschio realizzato come un fitto ricamo utilizzando i tubi in plastica flessibile per gli impianti elettrici, qui però, non c’è corrente elettrica o luce e il grande cranio resta abbandonato al centro della sala come un guscio vuoto privo di utilità. Nella sala adiacente, il nero, ci porta nella profondità di una “Deriva” di un’auto e di tutto ciò che vi è rimasto intrappolato trascinato dall’acqua, riportata in superficie dopo anni di abisso nei fondali di un fiume diventa emblema dell’incuria e dell’abuso sul nostro ambiente. Nella grande sala rossa il trittico intitolato “Serie Zero”, tre argentee figure in fusione di alluminio, ci suggerisce un necessario e urgente riavvicinamento ai ritmi della natura. L’unione tra uomo e albero rimanda a desideri ancestrali arrivati a noi con una visione riattualizzata della mitologia greco-romana. Continuando il percorso espositivo la figura del cervo “Fiato”, realizzato in alluminio in dimensioni naturali, ci sorprende e c’interroga con le sue orbite vuote. Il cervo, oltre a essere animale regale è ambasciatore e portatore di radicali cambiamenti . Le opere “Madre” e poi “Travasi” ci riportano a terra nella complessa e veloce esasperazione della continua e indiscriminata connettività, l’abbondante e abusata informazione viene indotta e l’uomo diventa corpo indifferente da riempire. La mostra si chiude con “Invalicabile”, tre figure in cemento ferite e pronte a ferire che diventano muri, confini e geografie o anime grevi che si nascondono tra un fogliame di vetri rotti.

In questa mostra la città di Torino è protagonista: l’atmosfera, i colori, la trasformazione, l’indifferenza, la dedizione al lavoro e l’incerta destinazione futura vissuta in questi ultimi 30 anni, entrano prepotentemente nella genesi della ricerca di Paolo Grassino che con le sue opere crea un ponte ideale tra le sperimentazioni poveriste e post concettuali degli anni ’70 e anche con figure autonome come Sergio Ragalzi e le più attuali ricerche delle ultime generazioni di artisti.

Le riflessioni sulla scultura come mezzo prediletto per testimoniare i tempi contraddittori e le derive socio-politiche che viviamo, hanno portato Paolo Grassino a cercare nella tradizione e nella creatività svincolata da preferenze tra figurazione e astrazione, figure plastiche altamente suggestive, drammatiche, sconcertanti e sorprendenti. Tutto appare come una scena vista da lontano, un’allucinazione tangibile, sensuale, immediata o meglio alienata. Queste figure, sebbene mai viste prima, emergono in modo potente, come realtà ben note, familiari e concrete, come improbabilità presenti fisicamente e materialmente possibili.
L’immobilità, lo stato di attesa enfatizzato e soprattutto, la strana devozione mostrata dalle figure che vedono il proprio destino con apatia e stoicismo, che accettano il proprio destino senza opporre alcuna resistenza, senza dare voce a nessuna protesta, e senza esprimere alcun dolore o sofferenza è presentata con dignità e complicità.
Questa durezza spietata e oggettiva crea un’atmosfera di abbandono ed esclusione. Ed è questa indifferenza oggettiva e Impersonale che trasferisce un personaggio archetipico all’opera, qualcosa di anacronistico e di grande attualità, qualcosa di coraggiosamente radicale e resistente.
Il radicalismo è incentrato su questo obiettivo, indifferente e impersonale. “Non racconto le mie storie, ma condivido le realtà inevitabili e irreversibili delle improbabilità. Queste immagini di improbabilità radicalmente sconfinate generano la sorprendente coerenza di tali narrazioni cupe e sconcertanti”. Nonostante il dramma, nonostante il surrealismo, nonostante la fantasticheria – a volte percepita come macabra a volte sensuale ed erotica, a volte spaventosa, o addirittura selvaggia e brutale c’è un’aura onnipervasiva di leggerezza poetica. Il radicalismo delle immagini delle improbabilità non richiede alcuna legittimità esterna: la sua realtà ineluttabile è perfettamente in grado di legittimare.

Lóránd Hegyi

Contatti

Giorgia Zerboni – gio.zerboni@gmail.com – +39 338.200.22.20